Esistono già molti libri sulla fotografia, e quasi nessuno su come si fa un progetto fotografico. La sproporzione non è casuale. Si insegna volentieri la tecnica, che ha regole trasmissibili, e si scrive volentieri di estetica, che permette belle frasi; ma il tratto di mezzo, il lavoro lungo e opaco che porta da una curiosità a un'opera compiuta, resta sparso in frammenti. I fotografi, quando ne parlano, lo dicono senza giri di parole: un progetto è fatica, anni di lavoro testardo, e perfino la ricerca dell'idea, in certi casi, segue un metodo. Ma lo dicono un'intervista alla volta, un aneddoto alla volta, e quasi nessuno ha messo in fila quei frammenti per mostrare come quella fatica si organizza. Chi comincia sa che dovrà lavorare duro, ma non sa su che cosa, né in quale ordine. Questo libro nasce da qui: dal sospetto che quel lavoro sia un mestiere, fatto di fasi riconoscibili e di decisioni ripetibili, e che valga la pena descriverlo.
Va detto subito cosa significa qui la parola progetto, perché è ambigua. Non un servizio su commissione, che ha committente e scadenza dati; non lo scatto singolo, per quanto riuscito; e nemmeno il portfolio, la raccolta delle proprie immagini migliori, che serve a mostrare cosa si sa fare. Un portfolio può contenere un progetto, e spesso è rileggendolo che un progetto si scopre; ma è un'altra cosa. Un progetto è un corpo di lavoro tenuto insieme da una domanda, costruito nel tempo, destinato a una forma. È la differenza tra avere delle belle fotografie e avere qualcosa da dire; tra fotografare e fare un'opera.
La maggior parte dei fotografi capaci non attraversa mai quella soglia. Non per mancanza di talento, ma perché nessuno ha mai mostrato loro che dall'altra parte c'è un processo, e non un dono.
Il processo che questo libro descrive ha la forma di un percorso, dall'idea grezza fino al lavoro che esce nel mondo, e ne segue gli snodi nell'ordine in cui di solito si presentano: la curiosità da cui tutto parte, il mezzo, che ne è una conseguenza, la trasformazione della curiosità in una domanda, la ricerca, la posizione da cui si guarda, dentro, accanto o fuori, la dichiarazione del progetto, la produzione, il metodo, le crisi e i cambi di rotta, il confronto con gli altri, e poi la lunga fase della forma, l'editing, la sequenza, le parole, l'oggetto, il dummy, fino allo statement, all'uscita e alla chiusura. L'ordine è un'utile finzione. Nella pratica reale le fasi si sovrappongono, si ripetono, si scavalcano; si scopre la propria domanda mentre si edita, si cambia metodo a metà strada, si torna sul campo dopo aver creduto di aver finito.
Ogni snodo è raccontato attraverso un caso, e i casi non sono ornamenti. Sono il modo in cui questo libro argomenta, perché in un mestiere che si impara guardando, una decisione astratta resta muta finché non la si vede presa da qualcuno, con quel materiale, in quegli anni, a quel prezzo. Si troveranno qui le liste di Soth attaccate al volante, i sei anni che Killip aspettò davanti a una spiaggia, i ventisettemila fotogrammi di Frank ridotti a ottantatré, i corvi in cui Fukase trasferì un dolore, la maquette di Chizu che Kawada e Sugiura rifecero da capo prima di andare in stampa.
Due regole hanno governato la scrittura, e conviene dichiararle perché riguardano la fiducia di chi legge. La prima: ogni citazione e ogni dato di fatto sono stati verificati su fonti, e i riferimenti stanno in coda a ciascun capitolo, perché chi legge possa risalire e controllare. Dove una fonte non era solida, l'affermazione è caduta. La seconda: nessun fotografo è protagonista di più di un capitolo; chi torna, torna per un richiamo, mai come caso. È un vincolo che è costato rinunce, ma regala una piccola storia laterale della fotografia, fatta di decine di opere guardate da vicino.
Vale la pena dire a chi si rivolge questo libro, perché non si rivolge a tutti. È per chi fotografa già, magari da anni, e a un certo punto si accorge di aver quasi sempre fotografato per qualcun altro: per il cliente che paga, per il concorso, per il feed, per l’occhio che approva. Le immagini ci sono, sono anche buone, e nessuna è mai nata da una ragione propria. È per chi si è stancato di lavorare per gli altri e vuole finalmente costruire un lavoro che gli appartenga, che porti la sua domanda e non quella di un committente. È anche per i miei studenti, perché trovino un metodo che li porti a prendere la fotografia sul serio, e non soltanto come uno strumento per acchiappare gratificazioni effimere.
Ed è per chi si è fermato davanti alle domande pratiche che quasi nessuno affronta volentieri. Dove si trovano le idee, e se sia lecito andarle a cercare invece di aspettarle. Come si tiene in piedi, economicamente, un lavoro che dura anni, e con quali rinunce. Quanto pesi davvero l’editing sul risultato finale, e perché quasi mai conviene farlo da soli. Che cosa significhi pubblicare oggi, e a chi vada mostrato un progetto perché smetta di essere una faccenda privata. Sono le domande che qui si affrontano, una alla volta, nell’ordine in cui di solito si presentano.
Un'avvertenza, infine, contro l'uso sbagliato di ogni libro come questo: il talento non si impara, e nessun metodo lo fabbrica. Ma da solo porta poco lontano. Chi ha talento e nessuna disciplina si ferma presto, al primo stallo, alla prima scelta difficile, al primo anno in cui il lavoro non dà niente in cambio; chi ne ha meno, ma ci mette studio, rigore e ostinazione, arriva quasi sempre dove l'altro non arriva. Il metodo serve a questo: toglie di mezzo gli errori che uccidono i progetti prima che possano diventare buoni, e mette la disciplina al servizio di quello che ciascuno ha. Il resto comincia dove finisce questo libro, davanti alla cosa che non si smette di guardare.